Deliberazione amministrativa n. 302 del 29 febbraio 2000.
Approvazione del piano di tutela delle acque ai sensi del D.Lgs.152/1999.
Legge regionale 5 settembre 1992, n.46, articolo 7. 1a fase – acque superficiali.
(Deliberazione non sottoposta all'esame della C.C.A.R.)

IL CONSIGLIO REGIONALE

Visto l'articolo 7 della l.r. 5 settembre 1992, n. 46 riguardante "Norme sulle procedure della programmazione regionale e locale";
Ritenuto opportuno definire, alla luce della normativa nazionale e regionale vigente e in via di approvazione, e degli atti programmatori di carattere generale, come il PRS e il PPAS, e settoriale, come il piano sanitario, già approvati, il piano degli interventi e dei servizi sociali, nella prospettiva di un governo del welfare regionale coerente con la programmazione complessiva;
Preso atto delle consultazioni effettuate e dei pareri espressi dalla Conferenza regionale delle autonomie, dal Comitato economico e sociale e dagli altri soggetti interessati;
Vista la proposta della Giunta regionale;
Visto il parere favorevole di cui all'articolo 4, comma 4, della l.r. 17 gennaio 1992, n. 6 in ordine alla regolarità tecnica e sotto il profilo di legittimità del Dirigente del servizio servizi sociali, nonché l'attestazione dello stesso che dalla deliberazione non deriva né può comunque derivare un impegno di spesa a carico della Regione, resi nella proposta della Giunta regionale;
Preso atto che la predetta proposta è stata preventivamente esaminata, ai sensi del primo comma dell'articolo 22 dello Statuto regionale, dalla Commissione consiliare permanente competente in materia;
Visto l'articolo 21 dello Statuto regionale;

DELIBERA

di approvare l'allegato "Piano regionale per un sistema integrato di interventi e servizi sociali 2000/2002" che forma parte integrante e sostanziale del presente atto.
Avvenuta la votazione, il Presidente ne proclama l'esito: "Il Consiglio approva"

Allegato alle deliberazione 302/00

PIANO REGIONALE DI TUTELA DELLE ACQUE

Prima Fase – Acque superficiali
Dal nuovo sistema di analisi delle acque superficiali agli interventi prioritari nelle aree a più forte degrado ambientale


INDICE
Introduzione al Piano di Tutela delle acque

CAPITOLO 1 - Fase conoscitiva degli aspetti quantitativi delle risorse idriche superficiali
CAPITOLO 2 - Capacità depurativa dei corsi d’acqua
CAPITOLO 3 - Attingimenti idrici diretti o derivazioni dai corsi d’acqua
CAPITOLO 4 - Qualità ambientale
CAPITOLO 5 - Obiettivo di qualità per specifica destinazione
CAPITOLO 6 - Aree particolarmente compromesse
CAPITOLO 7 - Aree sensibili e zone vulnerabili da nitrati di origine agricola
CAPITOLO 8 – Attività agricola
CAPITOLO 9 - Programma di interventi di collettamento e depurazione
CAPITOLO 10 - Norme tecniche di attuazione


ALLEGATI (non disponibili)

Allegato A (Attingimenti idrici diretti o derivazioni dai corsi d’acqua)
Allegato B (Qualità ambientale)
Allegato C (Obiettivo di qualità per specifica destinazione - uso potabile)
Allegato D (Obiettivo di qualità per specifica destinazione – acque destinate alla vita dei pesci)
Allegato E (Obiettivo di qualità per specifica destinazione – acque destinate alla vita dei pesci)
Allegato F (Aree particolarmente compromesse)
Allegato G (Attività agricola)
Allegato H (Programma di interventi di collettamento e depurazione-localizzazione
Allegato I (Aree sensibili)
Allegato L (Aree sensibili)

INTRODUZIONE AL PIANO DI TUTELA DELLE ACQUE
RIFERIMENTI AGLI STRUMENTI GENERALI DI PROGRAMMAZIONE

Tra gli obbiettivi programmatici corrispondenti alle scelte politiche del governo regionale il rispetto e la tutela del sistema ambiente rappresentano una priorità strategica assunta nel Piano Regionale di Sviluppo della Regione Marche (PRS); in tale ambito è stato definito il sottoprogramma "tutela delle acque e difesa del suolo", i cui contenuti particolarmente complessi ed articolati in numerosi aspetti tecnici, economici ed organizzativi, investono politiche regionali di area vasta e favoriscono numerosissime azioni pubbliche e private. Nel Piano Pluriennale di Attività e di Spesa 1999-2001 (PPAS), che intende raccordare le scelte strategiche di ordine generale con le politiche settoriali, sono definite alcune linee di attività inerenti il sistema delle acque: l'organizzazione del ciclo idrico integrato (progetto 7.1.1), il monitoraggio e la tutela del Mare Adriatico (progetto 7.1.2), il Piano di risanamento delle acque (progetto 7.1.2 bis).
Il Piano di Risanamento delle Acque, insieme agli altri piani settore, si raccorda al Piano di Inquadramento Territoriale (PIT) che ha le finalità di strutturazione delle strategie e di attivazione di progetti territoriali con particolare attenzione, tra gli indirizzi di fondo, al miglioramento della qualità ambientale esistente e futura.
Il sistema idrico dei fondovalle fluviali, in qualità di cerniera tra le direttrici appenninica e adriatica, rappresenta un riferimento fondamentale del telaio portante per le grandi connessioni storico-naturalistiche ed è compreso tra le azioni progettuali a valenza strategica per il riassetto del territorio che il PIT definisce “cantieri progettuali”: in particolare sono riconosciuti prioritari i “cantieri progettuali” facenti capo ai fiumi Metauro, Esino, Chienti e Tronto (Corridoi vallivi integrati). La riqualificazione di queste direttrici fluviali viene considerata come opportunità per promuovere la messa a punto di strategie di rigenerazione e di sviluppo ecosostenibile rapportate contestualmente alle strutture produttive e ambientali.
Il quadro programmatico del Piano di Risanamento delle Acque (di seguito denominato Piano) è stato adottato con DGR n. 2663 del 3 Novembre 1998 secondo uno schema concepito sulla base delle disposizioni contenute nella L. 319/76 "Norme per la tutela delle acque dall'inquinamento" e sulla base dei contenuti elaborati nelle Linee Guida al Piano di Risanamento delle Acque di cui alla DGR n 696/98.
Nel corso del 1999 lo scenario normativo di riferimento della materia è stato profondamente modificato dall'emanazione del D.Lgs. 152/99 "Disposizioni sulla tutela delle acque dall'inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento provocato da nutrienti provenienti da fonti agricole", atto che colma il ritardo accumulato dal nostro Paese nell'adeguamento alla disciplina comunitaria ed abroga tutta una serie di norme precedenti (L. 319/76, L. 690/76, L. 650/79, D.Lgs. 130/92, D.Lgs. 131/92, D.Lgs. 132/92, D.Lgs. 133/92, etc.).
Tale provvedimento si configura infatti come una corposa legge quadro che interagisce con le altre leggi fondamentali in materia di acque (T.U. 1775/33, L. 183/89, L. 36/94) ed individua almeno i seguenti tre temi innovativi:

• La tutela integrata degli aspetti quantitativi e qualitativi nell'ambito di ciascun bacino idrografico;
• L'identificazione di obiettivi di qualità ambientale cui far riferimento per la definizione dei limiti allo scarico e la predisposizione di misure di interventi di risanamento;
• L'impostazione di un adeguato sistema di monitoraggio e di classificazione dei corpi idrici come base dell'attività di pianificazione e risanamento.


LA SITUAZIONE PRIMA DEL D.LGS. 152/99

Nella Regione Marche, prima di essere attivata in forma metodologicamente continuativa ed uniforme sul territorio l’analisi delle caratteristiche qualitative dei corpi idrici finalizzata al raggiungimento degli obiettivi qui proposti, per anni da parte dei Servizi Multizonali di Sanità Pubblica delle AUSL sono state effettuate indagini sui corsi d'acqua e sugli scarichi in essi recapitanti in ottemperanza alle leggi vigenti e per la salvaguardia della salute pubblica. La mole di dati a disposizione ha consentito pertanto di definire un quadro della situazione che, seppure settorializzato e disomogeneo, rappresenta una base consolidata di conoscenza dell’ambiente.
Nel 1997 è stato inoltre prodotto il primo documento (DGR 2113 del 1/8/97) di classificazione delle acque dolci salmonicole e ciprinicole ai sensi del D.Lgs. 130/92 in attuazione della Direttiva 78/659/CEE.
Nello stesso anno sono state elaborate le Linee Guida al Piano di Risanamento con cui si è effettuata per ogni bacino una prima disamina delle infrastrutturazioni depurative e degli abitanti equivalenti serviti e sono state fornite prime indicazioni tecnico-operative sulle classi di qualità dei corpi idrici, sui trattamenti dei reflui, sul riuso delle acque depurate , etc.
Nel corso del 1999 è stata integrata la deliberazione sulla qualità delle acque idonee alla vita dei pesci con un aggiornamento dei tratti precedentemente classificati ed è stata effettuata un' ulteriore classificazione relativamente alle acque superficiali destinate al consumo umano (D.P.R. n. 515/82).

LA SITUAZIONE CON L’ENTRATA IN VIGORE DEL D.LGS. 152/99

La stesura del Piano è stata inevitabilmente influenzata "in corso d'opera" dalla portata riformatrice del Decreto 152/99 e, per quanto possibile, è stato conformato nei suoi assunti generali alle finalità dettate dalle nuove disposizioni.
La stessa denominazione di "Piano di risanamento" previsto dalla citata L. 319/76 è stata sostituita dall'art. 44 del Decreto con il termine di "Piano di tutela delle acque", quale piano stralcio di settore del Piano di bacino in riferimento alla L. 183/89 sulla difesa del suolo (art. 17, comma 6 ter).
In tal senso il Piano regionale è stato messo in sintonia con i principi ispiratori della nuova legge e strutturato secondo gli obbiettivi ed una metodologia indicati per i Piani di tutela (art. 44, comma) che debbono in particolare contenere:
a) i risultati dell'attività conoscitiva;
b) l'individuazione degli obiettivi di qualità ambientale e per specifica destinazione;
c) l'elenco dei corpi idrici a specifica destinazione e delle aree richiedenti specifiche misure di prevenzione dall'inquinamento e di risanamento;
d) le misure di tutela qualitative e quantitative tra loro integrate e coordinate per bacino idrografico;
e) l'indicazione delle cadenze temporali degli interventi e delle relative priorità;
f) il programma di verifica dell'efficacia degli interventi previsti;
g) gli interventi di bonifica dei corpi idrici.

Secondo quanto previsto nel citato articolo (comma 2) le Regioni, sentite le Province, adottano il Piano di tutela e lo trasmettono alle competenti Autorità di Bacino entro il 31 dicembre 2003; viene pertanto demandata a tale data la predisposizione di una più completa pianificazione per la protezione della qualità dei corpi idrici.

GLI OBIETTIVI DEL PIANO

E' indubbio che sulla linea tracciata dal D.Lgs. 152/99 l'obiettivo specifico del Piano è il conseguimento della qualità ambientale e per specifica destinazione dei corsi d'acqua, recuperando o mantenendo la capacità naturale di autodepurazione, attraverso la tutela integrata quali-quantitativa della risorsa idrica.
La fase attualmente sviluppata si è incentrata sugli aspetti qualitativi, promuovendo innanzitutto da parte dei laboratori dell'ARPAM l'acquisizione aggiornata di dati chimici, fisici, biologici sulle acque superficiali a complemento di quelli in loro possesso storicamente determinati.
La necessaria integrazione con gli aspetti quantitativi come disposto dal Decreto (art. 22) è solo parzialmente avvenuta, poiché non risultano disponibili aggiornate rilevazioni sulle portate fluviali, né informazioni esaustive sulle derivazioni. Sono infatti stati utilizzati dati rinvenuti in bibliografia (portate) o direttamente assunti dagli Uffici Decentrati OO.PP. relativamente alle concessioni di maggiore entità, che generalmente rappresentano una situazione sottostimata rispetto alla realtà dei prelievi in essere.
Occorre in tal senso che le strutture regionali interessate afferenti ai Servizi LL.PP, Agricoltura, Protezione Civile collaborino per attivare la realizzazione di una rete di monitoraggio delle condizioni idrologiche rappresentativa dell'intero corso d'acqua, e produrre l'aggiornamento e l'informatizzazione dei catasti degli attingimenti e delle derivazioni; solo con la rivisitazione del regime delle concessioni può essere determinato il valore di portata necessario ad aumentare la capacità recettiva dei corpi idrici e recuperare caratteristiche biotiche accettabili.
E' sulla scorta di queste conoscenze che, secondo quanto stabilito dal legislatore (art. 22, comma 2), l'Autorità di Bacino può definire il bilancio idrico per attuare la tutela quantitativa della risorsa, pianificando l'utilizzo delle acque volto ad evitare ripercussioni sulla loro qualità e a consentire un uso idrico sostenibile (art. 22, comma 1). L'importanza di addivenire alla formulazione del bilancio idrico è connessa all'adozione di misure volte ad assicurarne l'equilibrio, che successivi aggiornamenti del Piano potranno contemplare tenendo conto dei fabbisogni, delle disponibilità, del minimo deflusso vitale, della capacità di ravvenamento delle falde e delle destinazioni d'uso della risorsa compatibili con le relative caratteristiche qualitative e quantitative.

In tal senso tutte le derivazioni d'acqua dovranno essere regolate dall'autorità concedente mediante previsioni di rilascio che garantiscano un regime di flusso compatibile con la salvaguardia dell'ecosistema (art. 22, comma 5). Si è peraltro in attesa che in materia il Ministero dei LL.PP. emetta le Linee Guida per la predisposizione del bilancio idrico, comprensive dei criteri per il censimento delle utilizzazioni in atto e per la definizione del minimo deflusso vitale (art. 22, comma 4).


STRUTTURA DEL PIANO

Il Piano come indicato nella DGR n. 2663/98, è stato fin dall'inizio suddiviso in due Fasi, temporalmente conseguenti, in relazione soprattutto alle risorse economiche a disposizione; in particolare sono stati affrontati nella Fase I, che corrisponde a questo elaborato, gli aspetti connessi alla qualità delle acque superficiali, rimandando alla Fase II la definizione delle problematiche attinenti alle acque sotterranee.
La suddivisione così concepita non ha pertanto concettualmente ragion d’essere, ma è stata prodotta sulla scorta di motivazioni logistiche che nulla hanno evidentemente a che vedere con le esigenze di studio e di programmazione unitari dell’intero ciclo dell’acqua.
La Fase I del Piano, che qui si tratta, ha assunto un’articolazione che ricalca i contenuti dell’atto deliberativo di riferimento, aggiornati e rimodulati secondo i suggerimenti espressi dagli estensori e le notazioni contenute nel D.Lgs. 152/99.
Il Piano ha una duplice valenza, conoscitiva e programmatica: da un lato si presenta come un quadro di conoscenze organizzate, in continuo ampliamento ed approfondimento, dall'altro prevede l'elaborazione di programmi di intervento sulla base delle priorità, delle risorse disponibili, della capacità attuativa degli Enti preposti agli interventi ed anche dello stato delle conoscenze di cui alla funzione precedente.
Una necessaria rivisitazione anche normativa del Piano dovrà essere operata con la prossima emanazione degli otto decreti attuativi del menzionato Decreto, volti a sostituire le parti di precedenti norme tecniche divenute obsolete o a dare indicazioni sui temi innovativi dallo stesso introdotti.
Il Piano è stato costruito con il coinvolgimento degli Enti Locali e comunque rappresenta uno strumento “in itinere” che potrà ulteriormente articolarsi ed aggiornarsi in relazione alle scadenze poste dalla nuova normativa e ai risultati stessi che vengono man mano conseguiti.
Nello specifico ha inteso determinare un quadro conoscitivo propedeutico, connotato sulla valutazione dello stato di qualità dei corpi recettori e sull'analisi delle cause predisponenti l'inquinamento nelle aree maggiormente compromesse .
La caratterizzazione biologica delle acque (indice IBE), ha consentito di delineare per i bacini presi in esame un contesto informativo più ampio e complessivo rispetto a quello tradizionalmente espresso sulla base dei soli parametri chimici. Tale base conoscitiva, che andrà perfezionata nel tempo, descrive uno stato di sofferenza in alcuni tratti dei nostri fiumi non sempre direttamente riconducibile a cause specifiche di deterioramento, bensì connessa ai sinergici effetti imputabili al carico antropico globale (immissioni di inquinanti, ingenti prelievi, interventi impattanti nelle aree di pertinenza).
E' stata pertanto contraddistinta, anche cartograficamente, nell'intorno dei tratti fluviali più contaminati, la distribuzione dei complessi industriali, delle aree agricole, degli insediamenti urbani e degli impianti di depurazione in correlazione con i valori, seppure datati o incompleti, delle portate e delle acque derivate.
Tale studio ha permesso di programmare un fabbisogno depurativo contestualizzato alla realizzazione già in essere di interventi facenti capo ai vari strumenti di finanziamento statale, (PTTA 94/96, Fondi FIO, Piano straordinario- L.135/97), comunitari (Docup Ob.2 anni 97/99), regionali (L.R. 46/92), nonché di fornire indirizzi per misure applicative in campo agricolo, zootecnico ed industriale.
E' chiaro che il successo nella realizzazione di quanto indicato si relaziona alle scelte di fondo che investono le politiche produttive nel settore primario e secondario e all'applicazione di misure miranti a contenere l'impatto ambientale delle attività antropiche; è pertanto raccomandata nelle aree più fortemente contaminate da nitrati o ad elevata pericolosità idrogeologica l'adozione significativa del Codice di buona pratica agricola e la promozione delle misure agroambientali inserite nel predisponendo Piano di sviluppo rurale, nonché di interventi per migliorare i cicli produttivi industriali e ridurre i loro effetti inquinanti.
Per le immissioni puntiformi di acque reflue nel recapito finale la direttiva 91/271/CEE recepita dal D.Lgs. 152/99 pone precise scadenze temporali relativamente alla messa a punto sia delle reti fognarie che degli impianti di depurazione; con tale presupposto il Piano ha inteso dettagliare ed aggiornare il resoconto fornito dalle Linee Guida relativamente alla distribuzione per bacino degli impianti esistenti, preordinando la stima degli interventi ancora da effettuare con i presunti costi di realizzazione. Lo stato delle necessità esposte è stato il frutto di un lungo lavoro di concertazione condotto con gli enti locali, con i consorzi comunali e con le Aziende idriche più rappresentative.
Nella Regione Marche si evidenzia una frammentazione delle infrastrutture con una presenza di 324 impianti per servire 995.210 dei 1.447.600 residenti.
Il 31 % della popolazione non risulta servita da un impianto di depurazione a cui va sommato il 25 % degli abitanti serviti da impianti inefficienti.
Un dato emerso di rilevante importanza evidenzia che solo il 57,6 % della potenzialità degli impianti di depurazione viene utilizzato.
Tenuto conto di tale situazione, una particolare attenzione è stata dedicata alla programmazione degli interventi urgenti da elaborare sulla base dei dati esistenti e presentati sulle Linee Guida, in stretta collaborazione con gli EE.LL. interessati.
In particolare è stato considerato il complesso degli impianti che hanno diretta rilevanza sulla fascia costiera in relazione alla presenza di tratti non idonei alla balneazione o a rischio di eutrofizzazione. Del resto è noto che lo stato di salute del mare antistante la costa è direttamente influenzato dagli apporti fluviali: la persistenza di zone non balneabili risente infatti in modo determinante della quantità e del tipo di sostanze immesse nei fiumi, in riferimento ad esempio al parametro trasparenza soprattutto nelle province di Macerata ed Ascoli Piceno.
Anche per questa ragione risulta di fondamentale importanza la determinazione delle portate fluviali in relazione alla possibilità di valutare il carico massimo ammissibile degli inquinanti afferenti alle acque marine.
Un contributo importante sulla consistenza e funzionalità delle reti fognarie e degli impianti depurativi, nonché delle infrastrutture acquedottistiche è stato fornito dal lavoro di ricognizione appena concluso da parte delle cinque strutture pubbliche (aziende o consorzi) più rappresentative all’interno degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) individuati con la L.R. 18/98.
Resta il fatto che il ricorso spinto all'applicazione di tecnologie depurative, caratterizzante le politiche e la spesa dell'intervento pubblico degli ultimi 20 anni, non ha risolto drasticamente il problema dell'inquinamento idrico; solo con l'attuazione di scelte serie che privilegiano il carattere preventivo può essere migliorato il risultato dello sforzo finanziario compiuto e di quello che sarà approntato nei prossimi anni.
Il sistema infrastrutturale potrà cioè esprimere la sua efficienza qualora si intervenga sui dispositivi atti a mantenere una sufficiente disponibilità idrica nel corso fluviale e quindi favorirne la capacità recettiva e il potere autodepurativo.
In tal senso un apposito capitolo del Piano è dedicato agli studi esistenti sulla distribuzione vegetazionale lungo i corsi d'acqua per evidenziare il ruolo importante che le fitocenosi possono svolgere sulla capacità di abbattimento naturale degli elementi inquinanti, tenuto conto che dallo stato di conservazione della flora ripariale dipende il successo delle iniziative mirate al risanamento fluviale e alla protezione anti-erosiva dei bacini.
Il lavoro di monitoraggio e di controllo della qualità idrica svolto in questi anni ha riguardato in particolare i corpi d’acqua a specifica destinazione di cui all’art.6 del D.Lgs. 152/99, rappresentati nelle seguenti tipologie:
a) acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua potabile;
b) acque destinate alla balneazione;
c) acque dolci che richiedono protezione e miglioramento per essere idonee alla vita dei pesci;
d) acque destinate alla vita dei molluschi.

Dal contesto rilevato sono state effettuate considerazioni sugli obiettivi di qualità da perseguire secondo le indicazioni fornite nell’Allegato 2 del decreto di cui trattasi.
Relativamente alle aree richiedenti specifiche misure di prevenzione dall’inquinamento e di risanamento (art. 18 del D.Lgs. 152/99), il Piano individua le aree sensibili corrispondenti al litorale che dal Comune di Pesaro arriva fino al confine con l’Emilia Romagna e a due invasi ubicati nell’alta valle del Chienti (laghi di Polverina e di Fiastra); questa prima designazione potrà essere riconsiderata nei prossimi mesi in concomitanza dello sviluppo delle conoscenze che saranno condotte in collaborazione con l’ARPAM e della predisposizione della II Fase del Piano.
La tutela dei corpi idrici così delimitati nell’ambito delle aree sensibili è sottoposta a misure più spinte di trattamento dei reflui urbani e di contenimento degli apporti di nitrati di origine agricola e zootecnica.

PIANO DI TUTELA E PIANO DI BACINO

Il Piano di bacino, che ai sensi del comma 1 dell’articolo 17 della L. 183/89 "ha valore di piano territoriale di settore ed è lo strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo mediante il quale sono pianificate e programmate le azioni e le norme d'uso finalizzate alla conservazione, alla difesa e alla valorizzazione del suolo e alla corretta utilizzazione delle acque sulla base delle caratteristiche fisiche, ambientali del territorio interessato", risulta pertanto di livello strategico più generale (piano direttore) rispetto al Piano di tutela a cui compete una valenza di maggior dettaglio ed operatività.
Nella Regione Marche, in attesa che si proceda verso la piena operatività della L. 183/89 e della corrispondente L.R. 13/99, il presente Piano si pone come riferimento, secondo la definizione sopra riportata, per la caratterizzazione aggiornata dei corsi d’acqua propedeutica alla elaborazione del più ampio strumento di governo del territorio facente capo ai Piani di bacino.